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Ogni giorno tante notizie dall’Italia e dal mondo sulle condizioni di salute del nostro pianeta e sul regno degli animali. Acqua, aria e suolo sono la più preziosa delle nostre risorse. Impariamo a proteggerle e a rispettarle. I crimini ambientali, o contro l’ambiente, sono quelli perpetrati nei confronti della natura. Possono essere compiuti da singoli individui, ma anche da organizzazioni criminali. Spesso la mafia si finanzia anche attraverso questo tipo di reati.

INQUINAMENTO

ECCO I GRUPPI ARMATI CHE SI FINANZIANO CON I CRIMINI AMBIENTALI

Al Quaeda, Isis, Al Shabaab e Boko Haram: le nuove guerre si pagano anche con il bracconaggio e la deforestazione.

GUERRA ALL’AMBIENTE PRIMA CHE ALL’UOMO

Dal Sud Africa alla Cina, dalla Russia alla Somalia, dal
Vietnam all’Italia: i crimini contro la natura e l’ambiente alimentano in ogni angolo del pianeta nuove sofferenze, guerre e terrorismo. C’è infatti un legame perverso che unisce a doppio filo i gruppi armati più pericolosi del mondo al bracconaggio e alla deforestazione.

A collegare tutti i crimini contro la natura ai vari guerriglieri è stato il WWF, con il dossier Natura Connection. Da Al Quaeda alla Lord Resistence Army, da
Al Shabaab ai Separatisti del Bangladesh, fino all’Isis, tutti i gruppi più sanguinosi sembrano finanziare le proprie attività attraverso un sistematico sfruttamento dell’ecosistema.

UN’ENORME ORGANIZZAZIONE CRIMINALE

Secondo l’Unep (United nations environment programe), tenendo conto di bracconaggio e deforestazione, ogni anno la natura viene saccheggiata criminalmente per un valore compreso tra i 70 e i 213 miliardi di dollari.

L’intero sistema di commercio illegale di fauna e flora è in mano a organizzazioni criminali organizzate, in grado di aggirare le leggi e di indebolire le istituzioni, in modo da favorire i propri interessi. Più si razzia la natura, più si possono migliorare gli armamenti e
arruolare nuovi militanti; in questo modo si crea un circolo vizioso, in cui – per esempio – i ranger messi a guardia dei parchi naturali vengono continuamente sopraffatti da forze sempre più soverchianti per potenza e numero.

AVORIO.

Il WWF ha dunque deciso di svelare i traffici di ogni singolo gruppo armato. I separatisti del Bangladesh e la Lord Resistence Army della Repubblica Centro Africana, per esempio, si autofinanziano commerciando avorio. Le milizie somale come Al Shabaab non si accontentano invece del solo avorio, affiancando a questo commercio anche quello del carbone prodotto illegalmente.

Con i fondi raccolti attraverso questo tipo di mercato nero Al Shabaab ha finanziato i propri atti terroristici, primo fra tutti l’attacco al centro commerciale di Westgate a Nairobi nel 2013. Restando in Africa, ci sono altri gruppi armati che si alimentano con l’avorio, come Boko Haram in Nigeria e il Gruppo di resistenza nazionale in Mozambico.

DEFORESTAZIONE.

Un altro modo di sfruttare la natura è quello di vendere il legname. Il WWF stima che almeno la metà delle attività legate alla lavorazione del legname in regioni come la Russia, l’Amazzonia, il Sud-est asiatico e il bacino del Congo sia promossa con metodi illegali.

E anche qui entrano in gioco i gruppi armati: nell’America Centrale i narcotrafficanti stanno deforestando interi corridoi biologici, e persino Al Quaeda finanzia in parte le proprie attività con lo sfruttamento forestale.

MINERALI PREZIOSI.

Ci sono poi molti gruppi armati che si finanziano attraverso lo sfruttamento illegale di idrocarburi o minerali preziosi. I Talebani, per esempio, fanno soldi con l’estrazione e il commercio illegale
dell’onice; l’Isis sfrutta a proprio piacimento i pozzi di petrolio via via conquistati e Al Qaeda, di nuovo, si arricchisce anche con il traffico illegale di diamanti.

INQUINAMENTO

 UN ITALIANO NELLA MOST WANTED LIST DELL’INTERPOL PER L’AMBIENTE

L’Interpol ha pubblicato la Most Wanted List per i reati ambientali

PER LA PRIMA VOLTA, I MOST WANTED DELL’AMBIENTE.

La leggenda vuole che la prima lista dei criminali ‘Most Wanted’ sia stata concepita durante una partita a Hearts dall’allora direttore dell’FBI J.Edgar Hoover, per pubblicizzare maggiormente la cattura degli ossi duri statunitensi. Da allora è un fioccare di liste Most Wanted, sia da parte dell’FBI che dell’Interpol. Ed è proprio quest’ultima organizzazione ad aver lanciato, per la prima volta, un nuovo tipo di lista: quella contenente i nominativi dei più pericolosi latitanti
accusati di crimini ambientali a livello internazionale.

SE SFRUTTARE L’AMBIENTE È UN BUSINESS.

L’iniziativa dell’Interpol segue di poco l’avvio dell’Operazione-Infra, che da ottobre punta a localizzare ben 139 ricercati in 36 diversi paesi, per i reati più diversi: si va dal commercio dell’avorio allo sversamento di rifiuti, dalla pesca illegale alla deforestazione criminale. Stando ad un rapporto realizzato da Interpol e Unep, i crimini ambientali frutterebbero tra i 70 e i 213 miliardi di dollari ogni anno.

Come ha dichiarato Stefano Carvelli, capo dell’unità investigativa latitanti dell’Interpol, «la cattura di questi criminali contribuirà allo smantellamento dei gruppi internazionali che hanno trasformato lo sfruttamento dell’ambiente in un business».

I 9 MOST WANTED.

E nella lista spicca anche il nome di un italiano, Adriano Giacobone, condannato per lo smaltimento illegale di rifiuti tossici e per l’avvelenamento di corsi d’acqua. Oltre a Giacobone, nella lista dell’Interpol ci sono altri due europei, tre africani, due asiatici ed un latinoamericano: • Adriano Giacobone • Ahmed Kamran • Ariel Bustamante Sanchez • Ben Simasiku • Bhekumusa Mawillis Shiba • Feisal Mohamed Ali • Nicolaas Antonius Cornelis Maria Duindam • Sergey Darminov • Sudiman Sunoto

Crimini ambientali: Un business da 259 miliardi di dollari l’anno

Una concezione ancora incerta
Ad oggi, non vi è ancora una definizione universalmente accettata di tali illeciti né una lista esaustiva di atti che possono essere identificati come tali. Al fine di arginare almeno parzialmente tale incertezza normativa, organizzazioni come INTERPOL, EUROPOL e UNEP hanno concordato che il termine “crimine ambientale” possa essere utilizzato per identificare “quelle attività illegali che danneggiano l’ambiente e da cui traggono beneficio individui o gruppi o società tramite lo sfruttamento, il danneggiamento, il commercio o il furto di risorse naturali, compresi, ma non limitati a, reati gravi e crimini organizzati transnazionali“.


INTERPOL ed EUROPOL hanno incluso nella lista di emblematici crimini ambientali internazionali i traffici di specie rare e protette (flora e fauna), i crimini forestali e della pesca, la gestione criminosa delle acque, lo scarico illegale di rifiuti, il contrabbando di sostanze che riducono lo strato di ozono e l’estrazione illegale. Questa indeterminatezza giuridica deriva in parte dal fatto che la legislazione internazionale a proposito di questi illeciti è molto giovane e pertanto in via d’evoluzione. Un ulteriore deterrente è da ricercare nella discrezionalità dei singoli Stati nel giudicare un atto come crimine ambientale. In altre parole, ciò che può costituire un reato in un Paese non lo è necessariamente in un altro, indebolendo inevitabilmente l’efficacia delle sanzioni. II rapporto UNEP-INTERPOL del 2016 svela che i criminali scelgono in quale Paese condurre il proprio business anche in base alle carenze nelle legislazioni penali nazionali e al livello di corruzione, al fine di ottenere il massimo profitto possibile. Un altro ostacolo è la mancata attuazione di strumenti giuridicamente e non giuridicamente vincolanti per affrontare questi reati.

I mittenti e i destinatari nel business dei crimini ambientali
Dalle analisi condotte dalle organizzazioni internazionali si evince che il traffico di fauna selvatica e di rare specie animali è particolarmente diffuso in Africa, Asia e America Latina; mentre Nord America, Europa e Asia sono i principali clienti di tale mercato, pari al 25% del commercio internazionale totale.

Inoltre, le destinazioni privilegiate per il trasporto e il traffico illegale di rifiuti sono il continente africano (principalmente Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria, Sierra Leone, Tanzania) e asiatico (Cina, Indonesia, India, Malesia, Pakistan e Vietnam). La percentuale più alta di questi rifiuti proviene da Europa, Nord America e Australia.
Dal 2016, la Colombia presenta il maggior numero di sfollati nel mondo, di cui l’87% è stato costretto a fuggire da aree con una forte presenza di attività estrattive illegali che ha comportato un grave inquinamento da mercurio dell’acqua e del suolo. Insieme all’America Latina, anche l’Africa e l’Asia sono gravemente colpite dall’estrazione illegale di risorse naturali, specialmente di oro, coltan e diamanti.

Pertanto, ciò che emerge dall’analisi dei dati UNEP e INTERPOL è che l’Europa e il Nord America, insieme ad altri Stati a seconda del settore commerciale, sfruttano le risorse dei Paesi meno sviluppati, scambiando rifiuti tossici per minerali e fauna.

Mille e uno motivi per delinquere a danno dell’ambiente
I report esaminati evidenziano poi tre principali fattori che favoriscono la proliferazione dei reati ambientali che riguardano, rispettivamente, il beneficio economico per i responsabili, la domanda sempre crescente di attività ambientali illecite e il fallimento istituzionale nel regolare e combattere efficacemente tali crimini. La povertà rappresenta un incentivo a commettere tali atti, spesso considerata come l’unica via di sopravvivenza. Un esempio emblematico riguarda il caso del “turismo dei rifiuti” o del cosiddetto “eWaste”: cittadini africani che arrivano in Europa con un visto turistico per raccogliere rifiuti elettronici (telefoni cellulari, componenti di computer o altra apparecchiatura elettronica) per poi farli circolare illegalmente in Africa con gravi conseguenze per la salute umana e l’ambiente.


I crimini ambientali possono essere condotti da individui – come appena riscontrato – società, attori statali o gruppi di criminalità organizzata. Un esempio pragmatico di responsabilità statale per crimini ambientali è il noto caso dell’acciaieria Ilva di Taranto, per cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha recentemente condannato l’Italia per violazione dell’Articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e 13 (diritto a un ricorso effettivo) della CEDU (Convenzione europea dei diritti dell’uomo).
Particolarmente preoccupante è, inoltre, il crescente coinvolgimento della criminalità organizzata in attività illecite. II termine “crimini ambientali da colletti bianchi” è stato coniato per evidenziare il fitto collegamento tra crimini ambientali e riciclaggio di denaro, la frode, l’evasione e la corruzione fiscale. Alcuni dei gruppi di criminalità organizzata transnazionale più pericolosi al mondo – la camorra e la ndrangheta in Italia, Solntsevskaya Bratva
nella Federazione Russa, Yamaguchi Gumi in Giappone e Sinaloa in Messico – hanno investito massivamente in questo mercato emergente e ancora non sufficientemente regolamentato, dunque a basso rischio e con alte possibilità di profitto.

II nesso tra crimini ambientali e malavita italiana è altresì prorompente nel traffico e smaltimento illecito di rifiuti. A tal proposito, nel febbraio 2017 la Commissione bicamerale di inchiesta sulle ecomafie ha stabilito la desecretazione di alcuni documenti dell’AlSE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), dai quali è emerso che novanta navi sarebbero state affondate dolosamente nel Mar Mediterraneo dalla criminalità organizzata a partire dagli anni ’90 nel corso di operazioni internazionali di rifiuti illeciti, triangolazioni con traffici illegali di armi e operazioni di riciclaggio di denaro.

Conclusioni
Sebbene la legislazione internazionale sui crimini ambientali si stia sviluppando molto rapidamente, si constata che le reti criminali sviluppano le loro strategie ancora più velocemente, sfruttando infatti l’impreparazione internazionale al problema, nonché la divergenza degli approcci adottati dai singoli Stati. Le organizzazioni internazionali maggiormente coinvolte nella lotta contro i crimini ambientali richiedono già da tempo maggiore collaborazione e impegno a tutta comunità internazionale per l’adozione di strategie comuni e coordinate.


Infatti, soluzioni nazionali frammentate non sarebbero in grado di rispondere adeguatamente non solo a un fenomeno di portata transnazionale come quello dei crimini ambientali, ma non produrrebbero nemmeno soluzioni omogenee per far fronte alle nefaste conseguenze per l’ambiente e le popolazioni vittime di tali reati.